Non sai di che cosa sono capace

non-sai-di-che-cosa-sono-capace

Non sai di che cosa sono capace

Mostra organizzata il 25 Gennaio 2019 Presso Museo MIIT
“Leonardo For Ever” Genialità contemporanea tra realtà e astrazione
Personale di Santina Portelli “Arte come luce dell’esistenza

Perchè una personale di Santina Portelli ha completamento di questa mostra dedicata alla genialità di Leonardo da Vinci? La risposta risiede nella visione profonda e simbolica del messaggio di amore, pace e bellezza che sempre si manifesta nei lavori di una grande artista dell’emozione quale è Santina Portelli. La luce assume valenza salvifica nei suoi dipinti, impalpabile e spirituale, metafora dell’esistere nella speranza e nella fede. I toni calibrati con raffinata poesia e leggerezza ci raccontano l’essenza di un’anima pittorica sensibile e forte al contempo, decisa nel raffigurare il mondo e la vita attreaverso una visione interiore e profonda.

Poesia di Ramonda Marina

Non sai di che cosa sono capace,
Non sai di che cosa sono capace
Non sai di che cosa sono CAPACE
di portarti a braccia, di tenerti la mano fino all’ultimo giorno,
di berti tutte le lacrime,
di ridere di questo, di sorprenderti con storie inventate,
tu non sai di che cosa sono capace
difenderti da quegli occhi violenti, ignoranti, da quelle mani che fanno male,
dire ciò che penso rischiando la vita, essere sola davanti a quel cannone,
scendere nel fiume, riprenderti per i capelli
e lasciarti con uno sguardo di pace alla riva,
non sai di cosa sono capace
darti tutto l’ossigeno che ho, scaldarti di carezze al gelo,
ricordarti per ore che bella persona sei quanto la merda sempre avvolgerti,
Non sai di che cosa sono capace
ancora non mi conosci anche se il mio cuore batte al ritmo del tuo,
no, tu non sai di cosa sono capace, no
pensi che la gentilezza nasconda debolezza,
il sorriso “non esserci”
girare la testa “andare altrove”,
no, tu non sai di che cosa sono capace
sto raccogliendo le forze
la gentilezza sta raschiando il secchio del mio amore alla vita,
il sorriso è la sua carezza, ti toglie quel fango che t’avvolge
e giro la testa per cambiare prospettiva
cerco di portarti via verso altri orizzonti
no, tu non sai di che cosa sono capace
sono qui che lo urlo al mondo
ti volti e dici
Andiamo!

Gli acquerelli raccontano

la-carezza-del-vento

Gli acquerelli raccontano

Mostra organizzata il 16 Maggio 2019
presso Galleria Spazio ARTLINE

Ho fatto le corna

Ieri sera, finito di montare la mostra “Gli acquerelli raccontano…” pur piacendomi molto ed pur essendo una delle poche volte in cui sono soddisfatta di me stessa e dei miei collaboratori, ho provato qualcosa di inspiegabile, come se qualcosa non mi tornasse.
Stamane svegliandomi ho avuto un lampo, un night e mi sono sentita mortificata come se avessi fatto la cosa più brutta di questo mondo, proprio io che cerco di essere la più corretta in tutto ciò che faccio, proprio io che “cerco” … Perché?
Ad un tratto mi è venuta in mente la mostra che avevo finito e tutta quella gioia che sentivo ieri sera di colpo mi è venuta a mancare, penso che lì di opere ad olio non ce n’è e mi sento così scorretta, così ingrata nei confronti dei colori ad olio che ho tanto amato e che mi hanno dato tante soddisfazioni nella mia carriera.

Io che avevo proclamato a tutti che non avrei mai smesso di dipingere ad olio e di conseguenza non lo avrei mai rinnegato né per la mia salute e ne per la praticità di tecniche meno faticose e più facili…… IO GLI HO FATTO LE CORNA.
PROMETTO E GIURO che farò successivamente una mostra di SOLI Oli e la farò così, così grande da stupirvi.

l’invisibile presente

l’invisibile presente

Mi ricordo quando ha avuto la luce il termine “invisibile presente”.
Un giorno di “bisogno creativo”, facemmo un esperimento: vedemmo in silenzio un tuo video con le tue opere e musiche scelte da te di una decina di minuti. Decidemmo che alla sua fine, “a caldo” avremmo scritto cosa ci aveva suggerito e in un lungo elenco spuntò “l’invisibile presente”.

Ne nacque un quadro ad olio e poi una mostra personale, ora stiamo pensando ad una mostra itinerante.
All’epoca mi chiedesti:” Marina perché?” Perché questa definizione fosse così forte da oltrepassare il tempo, tanto da sembrare sempre attuale? Penso che l’invisibile presente… sei tu Tina.
Hai la capacità di far vivere ciò che non c’è, in realtà è solo nascosto, accade nella pittura e nelle relazioni umane.

Nella tua pittura è come se l’opera dovesse avere ossigeno e luce, lo si nota dai tuoi venti, dalle correnti marine, dalle luci sempre in movimento che un attimo sono un colore e l’attimo dopo sono diverse… Eppure l’opera non è un video! Ma lo si nota anche nei soggetti delle tue opere, che non sono mai solo ciò che vedi…ma suggeriscono … racconti.
Da quelle arance come gettate sul tavolo, che sembrano ricordare tuo padre al ritorno dal mercato, che con gesto pareva dirvi: “Guardate donne come sono belle e come sono stato bravo!”, oppure “Una storia, tante storie” dove una panchina in un angolo di muro vecchio, fa pensare ognuno al proprio passato e alla sua unicità.

Molte volte è l’emozione la protagonista delle tue mostre personali.
Come dimenticare quella signora anziana, che vedendo un tuo quadro raffigurante una donna che guardava la propria casa, disse “quella sono io e quella è la mia casa”, oppure una coppia dove la moglie non riusciva a staccarsi da un quadro continuando a piangere, dicendo:” quella sono io!”, l’opera raffigurava un angolo di casa con una bambola abbandonata a testa in giù oppure a chi vide Dio in quel puntino bianco della “Risalita”.
Un po’ di anni fa hai deciso di introdurre in uno dei tuoi seminari universitari di psicologia evolutiva, il concetto della barriera “invisibile”, un concetto a te molto caro poiché lo avevi sperimentato sul campo.
Ti riferivi a quella barriera che separa sempre le persone disabili da quelle sane, anche quelle che credevano in buona fede di non averne. (vedi psicologia in tutti i seminari)

Superare le barriere è stato uno dei tanti motivi che ti ha avvicinato al Mojoca (Movimento di ragazze e ragazzi di strada del Guatemala) e ti ha fatto aderire ad Amistrada, ovvero la rete d’amicizia internazionale che sostiene i progetti del Movimento. Hai cercato anche lì il tuo invisibile presente, è chiaro nel testo “Io e le ragazze di strada del Guatemala” sempre controcorrente per cercare intesa, legami che non fossero in schemi precostituiti: scrivi “cosa accomuna una donna disabile italiana ad una bambina di strada guatemalteca?” (Vedi testo “Io e le ragazze di strada” e link in Contatti)

Quindi l’invisibile presente sei tu per la capacità di vederlo già allora, di capire ed esprimere il “non detto”, di trovare la sintesi e la verità di te stessa e in chi e in cosa ti circonda, con la capacità di far riaffiorare il meglio.
Certo le persone ti stimano per il tuo impegno nella vita, ma ti amano per la capacità di portare alla luce il “loro meglio”: quella parte che li fa fare pace con se stessi, che li motiva a sperare e a lottare, che li fa sentire meno soli. Sia che tu usi il pennello o il colloquio.
Se tutto e altro ancora è ciò che sei, un modo d’essere e di vivere la vita, il tuo sito non poteva che chiamarsi www.linvisibilepresente.it

Il tramonto nell’arte

Il-tramonto-nell'arte

Il tramonto nell’arte

Mostra organizzata il 17 Novembre 2018
presso la Basilica di Santa Maria delle Grazie Milano

E’ luogo comune che quando si pensa al
“tramonto” lo si associ alla parola “fine”.
Se noi pensiamo ai meravigliosi tramonti che ci regala la natura, dai colori accesi pieni di forza e vita, tutto fa pensare ad un inizio più che ha una fine.

Quindi la natura stessa sembra sovvertire questo concetto.
Anche nell’arte ci può essere un percorso che conduce al tramonto, anche in questo caso, il tramonto è un tempo sospeso, d’attesa, che volge ad una fine ma al tempo stesso anticipa un inizio, di raccoglimento o di rinnovamento sia dell’artista che dell’arte.

Guardiamo insieme questo tramonto….
Di Santina Portelli

L’arte nasce con l’essere parlante e continuerà a vivere con la vita dell’essere parlante. Per questo non c’è tramonto dell’arte ma solo il tramonto nell’arte.

Cosa ci vuole dire Santina Portelli con questa sua proposta artistica, con questo titolo che ha deciso di dare alla sua proposta artistica?

Le interpretazioni e le letture possibili possono essere molto semplici ed immediate ma non siamo soliti, per il nostro lavoro a fermarci alle apparenze evidenti. Ci siamo chiesti pe esempio perché mettere un quadro dell’Ecce Homo dando al quadro un nome particolarmente legato al presente “Ci sono” e organizzando il quadro stesso con una forza granitica come sostegno e come cruda e nuda realtà ad un tempo. Un Cristo senza spine perché già incastonato/incastrato nella pietra?

Riprendiamo la questione dopo avere cercato come orientarci, come poter navigare in un mare come quello in cui si sono trovati gli argonauti a navigare con la loro barchetta Argo passando attraverso le Simplegades

(Simplegadi (dal greco syn, insieme, e plésso, urtare, battere) sono, nella mitologia greca, un gruppo di isole, note anche come Isole Ciane, all’ingresso del Ponto Eusino (ora Mar Nero). Si narrava che queste isole si scontrassero continuamente fra loro (da qui il nome), costituendo così un pericolo per i marinai che navigavano in quelle acque. Furono attraversate da Giasone e gli Argonauti durante la ricerca del Vello d’oro).

Quali sono allora i nostri punti cospicui, le nostre isole pericolose ma che funzionano anche da porte che dobbiamo imparare a varcare ad attraversare? Propongo due nomi: Ovidio e Samuel Beckett.

Perché Ovidio? Perché Beckett? Per parlare della vita artistica di Santina Portelli?

Ovidio: perché viene relegato a Tomis, l’attuale Costanza in Romania sul Mar Nero, da Ottaviano Augusto (figlio adottivo da Cesare) dopo la pubblicazione delle Metamorfosi. A Roma, nelle Scuderie del Quirinale è ospitata la mostra Ovidio. Amori, miti e altre storie fino al 20 gennaio 2019. Con le metamorfosi, testo che rende molto famoso Ovidio in vita l’imperatore sente che la sua opera di costruzione dell’impero è messo a rischio da questo poema di 15 libri che mostra le metamorfosi della vita dal caos primordiale ai suoi giorni passando attraversi miti e narrazioni nelle narrazioni. Ovidio viene relegato e cambia il suo stile di scrittura anzi impara la lingua del posto per continuare a scrivere.

Quando mi sono trovato a chiedere a Santina come mai avesse deciso da giovane di voler fare la scultrice? La sua risposta garbata ed energica fu: per piegare il destino al mio handicap e per fare questo la scultura è più adatta. La scultura, quindi, come metafora di una condizione esistenziale di cui appropriarsi senza venirne soggiogata. Una forza che cerca lo strumento adatto per potersi esprimere. Ma in Santina non c’è solo forza e basta anzi la sua forza trae energia dal suo desiderio infinito e mai pago. Il desiderio si realizza dice Lacan ma non si soddisfa mai. È la pulsione, cioè l’energia, invece, che si soddisfa sempre, che esige la soddisfazione. Per questo che una pulsione, senza l’obiettivo che gli viene dato dal desiderio, testimonia della sua distruttività, continuamente. L’arte di Santina è un inno alla funzione costruens che il suo desiderio di essere, il suo voler vivere le offre costantemente. Ma dalla scultura ha dovuto comunque ripiegare sulla pittura, sul mettere qualche cosa là dove con la scultura si trattava di levare, di togliere, di aggiungere scavando. Forse per questo la sua pittura lascia una traccia sempre un po’ in rilievo.

Come il quadro dove la seggiola sulla battigia di fronte al mare mostra in modo plastico la presenza tenue e decisa di una vita sospesa tra mare e terra ma anche tale da annodare l’incontro del mare che con le sue onde continua ad accarezzare fisicamente e concretamente il corpo della terra mentre lo sdraio è lì a segnalare l’attesa di un corpo che sta per arrivare.

Oppure la seggiola in una stanza azzurra che si rivolge ad una finestra che altri non è che un quadro che si apre sui colori del mondo. Un artifizio simile ai racconti delle metamorfosi di Ovidio quando usa la tecnica del “racconto ad incastro” per tenere desta l’attenzione del lettore. 

L’altro punto cospicuo mi viene offerto da Samuel Beckett quando arriva dire: tutti nasciamo matti, poi qualcuno ci resta ed ancora tutti nasciamo nella sofferenza, poi qualcuno riesce a capire come soffrire meglio. Non si tratta di rendere omaggio al nichilismo di Beckett bensì di riconoscere il grande suggerimento esistenziale che sa proporre con la sua folgorante formula. La grande levatura intellettuale di Beckett ci rappresenta, con la sua chiara immediatezza estetica e concettuale, la questione del dramma esistenziale di ciascuno e, a un tempo, lo spazio discrezionale e vitale che ciascuno concretamente può avere nella propria vita.

Così la nostra Santina Portelli che con le sue metamorfosi esistenziali passa dal giocare/mangiare i colori, al voler piegare il destino al suo handicap; all’organizzarsi con una pittura di scontro, di immediatezza necessaria per poter comunicare o urlare i suoi sentimenti; alla necessità di un percorso di emancipazione come premessa ad una presa d’atto che la fa essere più consapevole della propria esperienza assumendo una scelta di vita; per arrivare poi alla pittura di incontro come decide lei stessa di chiamare le quattro grandi fasi della sua vita di artista.

La scelta viene, non a caso, dopo la laurea in psicologia e la pittura di incontro che ne consegue non perde il mordente della plasticità scultorea che mette nei colori, nel tratto segnato sulla tela. Un tratto che mostra la carne viva e aperta ad una esistenza viva e vissuta. In questa mostra l’uso dell’Ecce Homo come testimonianza possente del “sono qui” è un appello per un ascolto, per incontrare la discrezionalità dell’uditore e si rivolge a tutti nel suo proporsi all’uno per uno. La discrezionalità dell’uditore ha a che fare con la cultura a cui siamo tutti assoggettati ed è proprio a questa cultura che, per sua natura, trascende ciascuno di noi, pur producendo le nostre stesse esistenze, che l’arte di Santina intende rivolgersi. È alla cultura che rivolge il suo appello fatto di immagini scolpite e segnate.

Il suo è un grande atto culturale prima ancora che messaggio da regalare a chi lo vuole incontrare. Un atto culturale che lascia un segno, che incide le sue parole nella carne della cultura che l’accoglie. Oggi, questa cultura è rappresentata dalla Sacrestia della Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Domani lo sarà per esempio alla Casa della Psicologia o al festival dell’espressività Stanze di Psiche.

Gli artisti sono un passo avanti agli psicoanalisti perché, come gli psicotici, operano a cielo aperto con la differenza che gli artisti conoscono gli strumenti che usano. Inoltre l’arte, con i suoi strumenti, sa costruire legami sociali mentre la scienza tende a costruire discriminazioni e segregazioni anche semplicemente con una banale diagnosi. La nominazione nella scienza classifica, distingue, segrega. La nominazione, nell’arte, è data dall’atto dell’artista che apre ad una pluralità di effetti di senso e di vita a cui tutti possono attingere. L’arte è generosa perché si offre nella sua immediatezza.

L’arte che sa come fare a piegare il proprio destino è a un tempo, un dono, un pèr-dono ed un riscatto esistenziale come sa insegnarci con la sua energia espressiva proprio Santina Portelli.

Dott. Giuseppe Oreste Pozzi

Membro dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi  

Direttore Clinico di Artelier